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Vernice Nera: reale o virtuale?

Milano, un inizio giugno di un anno non definito. Una ragazzina scompare dopo aver postato su un social network un selfie che imita La pubertà di Munch. Dodici anni, pelle lattea, occhi azzurri e capelli biondi. È tanto bella quanto inquietante.
La sua misteriosa sparizione coinvolge non solo i genitori separati e benestanti, all’apparenza presi più dalla loro vita che da quella della figlia, ma anche un manipolo di personaggi che rappresentano un quadro della nostra contemporaneità. Fra tutti, la più determinata è Marina Novembre, mani doloranti per l’artrite reumatoide che agisce come l’arma di una sensitiva e che la guida in una sua indagine personale, tra il reale e il virtuale: le loro connessioni, e le possibili conseguenze. La donna, affascinante e tenace, ha un certo feeling con i social e i pericoli della rete, ed è convinta che la scomparsa abbia a che fare con una setta di stampo nazista che adesca on-line i prescelti per creare una razza pura e perfetta, non intaccata dall’odierno meticciato.

Vernice Nera è il nuovo libro di Claudia Maria Bertola, edito da Morellini Editore, un thriller ambientato nella città meneghina. «Mi ha permesso di dare voce a una storia che volevo raccontare, che non è solo quella della scomparsa di Adele, una ragazzina di dodici anni e mezzo figlia di genitori separati, né quella dell’omonima piattaforma filonazista che adesca i giovanissimi attraverso il Dark Web e che potrebbe averla presa.
Il mio romanzo è un manifesto che parla di una società che decade nella ricerca di cose sempre più effimere e nella perdita dei valori che contano. Parla dei deboli, dei vulnerabili, delle ferite che non si rimarginano mai e che non sono quelle inflitte alla pelle, ma quelle che tagliano l’anima. Parla di eroi imperfetti, di padri malconci (nonostante gli addominali scolpiti) di madri di porcellana, di figli frangibili. Mi ha dato la possibilità di raccontare a tutti una storia che avevo dentro di me, che ho cresciuto da seme a piantina. Per questo lo considero un personale successo e ne vado fiera.
Grazie al mio libro ho avuto il privilegio di parlare di temi importanti, a me cari, attraverso una trama che si tinge di giallo, che porta il lettore ad avere paura, a sorridere, a commuoversi. E a sperare. Lascia un retrogusto amaro, che è la consapevolezza che il mostro, se non è dentro di noi, è dietro l’angolo. Non per forza a un angolo di strada».

Di Patrizia Campone

Gli scatti come specchi dell’anima di Inge Morath

Magnum’s First
Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano - Fino al 6 ottobre 2019

La donna ritratta è Mrs Eveleigh Nash, personalità di spicco dell’aristocrazia britannica negli Anni Cinquanta, ed è uno dei primi scatti datato 1953 di Inge Morath, la prima donna fotografo a entrare nel gruppo della prestigiosa agenzia Magnum Photos. Per lei la fotografia era una vera e propria necessità, un mezzo che le ha permesso di catturare la parte più intima di chi ritraeva e per conoscere se stessa: “La fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore… è un fenomeno strano… ti fidi del tuo occhio, ma non puoi evitare di mettere a nudo la tua anima”.
Questo scatto è proposto nella rassegna che ripercorre il lavoro in bianco e nero di otto maestri del Novecento (Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Werner Bischof, Erich Lessing, Marc Riboud, Jean Marquis, Ernst Haas e la stessa Morath) in un periodo compreso tra il 1955 e il 1956, e ritrovato per caso in una cantina di Innsbruck nel 2006

Divina alla Milano Fashion Week

Palazzo Giureconsulti, Milano – 18 e 19 settembre 2019

L’edizione di quest’anno di Mad Mood celebra la donna felice delle sue forme morbide con un quadro su legno listellare di grandi dimensioni, dipinto con smalto e pennellate di magnete, dal titolo: Divina. “Amo dipingere il corpo femminile esaltandone la femminilità” racconta l’autrice Luna Berlusconi. “È il soggetto che più di ogni altro mi ispira. Quello che cerco di trasmettere nei miei Nudi, finora la serie più nutrita della mia produzione, è la sensualità: con questa parola non intendo la perfezione proposta da pubblicità e riviste, ma un’energia che viene da dentro, una sicurezza che rende qualsiasi donna unica e bellissima. Le forme della mia Divina sono un grido, che invita a lasciarsi alle spalle gli stereotipi e a cercare la bellezza dentro di sé".

La forma nel caos

Ferdinando Scianna - Viaggio Racconto Memoria
Casa dei Tre Oci, Venezia - dal 31 agosto al 2 febbraio 2020

Le fotografie in bianco e nero di Ferdinando Scianna lasciano sempre il segno. Era poco più che ventenne quando, nel 1965, con Leonardo Sciascia pubblicò il saggio Feste Religiose, un volume che con testi e foto narra l’essenza materialista delle processioni in Sicilia. Da allora ha continuato a esprimere il suo talento e la sua curiosità con scatti molto intensi. Che non raccontano unicamente delle tradizioni e della cultura siciliane, ma parlano di attualità, di viaggio, di guerra, di maestri del mondo dell’arte, della cultura e anche della moda. Esperienza, quest’ultima, iniziata con Dolce & Gabbana e con la sua modella icona Marpessa. Da Bagheria alle Ande boliviane sono infinite le suggestioni che il suo magico clic ha catturato. Non solo. Ci sono anche i reportage (non dimentichiamo che è il primo italiano a far parte, dal 1982, dell’agenzia fotogiornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come specchi, animali. Il filo conduttore è sempre il medesimo: la ricerca di una forma nel caos della vita.

Marpessa. Caltagirone, 1987

Leonardo Sciascia. Racalmuto, 1964

Processione dei misteri del venerdì Santo. Ciminna, 1964

Una buona occasione per conoscere Ferdinando Scianna più a fondo è la mostra antologica a Casa dei Tre Oci a Venezia che propone ben 180 scatti che ripercorrono più di 50 anni di carriera del fotografo siciliano che si considera un reporter. “Il mio riferimento fondamentale è il mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire a essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano. Sono quelle che raccontano (e ti raccontano) come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell’azzardo degli incontri con il mondo”.

 

Foto in apertura: 

Celia Forner. Sevilla, 1988

Esperienze metafisiche tra luce e spazio

Nanda Vigo. Light Project
Palazzo Reale, Milano - Fino al 29 settembre 2019

Il conflitto/armonia tra luce e spazio sono da sempre i temi centrali di Nanda Vigo, architetto e artista che ha collaborato con Lucio Fontana Piero Manzoni, Enrico Castellani e Gio Ponti. A lei è dedicata la retrospettiva antologica che fa scoprire la sua originale visione della realtà. “Gli allestimenti aprono lo sguardo del visitatore al contemporaneo, e offrono una preziosa occasione di incontro con i linguaggi sperimentali che hanno caratterizzato la ricerca espressiva dell’artista” ha raccontato Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura Comune di Milano.
Luce, trasparenza e immaterialità sono gli elementi che costituiscono l’opera e l'ambiente abitato dall’essere umano, di cui il cronotopo ne è la concretizzazione artistica.
Il termine cronotopo significa tempospazio. In fisica fa riferimento alla teoria della relatività di Einstein, e indica lo spazio a quattro dimensioni (tre coordinate spaziali più il tempo) che evidenzia il legame tra misure spaziali e temporali.
Luci, vetri, strutture in metallo sono gli elementi che l’artista utilizza per realizzare metafore della leggerezza, della mutazione, dell’immaterialità spirituale dell’arte e della sua percezione.

Bellezza, natura e ispirazioni dantesche

I Preraffaelliti – Amore e desiderio
Palazzo Reale, Milano – fino al 6 ottobre 2019

Da Ofelia di John Everett Millais a La Dama di Shalott di John William Waterhouse: percorrere le sale della mostra che porta per la prima volta a Milano 80 opere dei Preraffaelliti (fanno parte della Collezione Tate che difficilmente escono dal Regno Unito) significa fare una immersione totale nella bellezza, nella poetica e nello stile di vita del movimento fondato in Inghilterra nel 1848 da 7 studenti che rifiutavano le convenzioni sociali (molti erano anche poeti, di fede laica, fedeli alla natura e i primi a rappresentare le donne come forze potenti e misteriose) che si unirono per liberare la pittura britannica dai modelli accademici dei vecchi maestri.

Tra i quadri più iconici attira l’attenzione Roman de la Rose (1864), un piccolo quadro (cm 34,3x34,3) di Dante Gabriel Rossetti (1828-1882). Ispirato all’omonimo poema francese del XIII, struggente allegoria dell’amore e della perdita, l’acquerello propone una ricca decorazione, che attinge ai manoscritti miniati medievali che l’artista vide, suppongono gli studiosi, al British Museum. Questo disegno è anche il frontespizio di un libro dello stesso artista, The Early Italian Poets, iniziato nel 1845 quando aveva 17 anni e concluso nel 1861, contenente le traduzioni di varie liriche. Tra queste, in particolare, spicca Vita Nova di Dante, un prosimetro, ovvero un componimento in prosa e in versi, nel quale il vate ripercorre idealmente il suo amore per Beatrice. Nel sommo poeta il giovane preraffaellita vedeva una figura fondante dell’arte medievale e moderna.

Una curiosità. Dante Gabriel Rossetti è anche autore di Monna Vanna (1886), l’olio su tela che è manifesto dell’esposizione e il nome è tratto proprio da Vita Nova: si riferisce alla donna di Guido Cavalcanti, un poeta amico di Dante.

Perché Miriam Leone è la scelta giusta

Attrice, conduttrice televisiva, vincitrice della 69° edizione del concorso Miss Italia. Per l’eclettica Miriam Leone di origini siciliane, che in una puntata di Le Parole della Settimana ha scelto sogno (“Allarga gli orizzonti e ti fa combattere nella vita”) i momenti importanti non finiscono. Diventa, infatti, una delle Ambasciatrici di L’Oréal Paris. Una scelta indovinata perché è un personaggio del piccolo e del grande schermo che trasmette positività. Non solo per gli occhi, intensi e vivaci, ma anche (e soprattuto) perché è una donna colta e molto determinata, che vede nel lavoro la propria identità.

“Per me è un grande onore far parte della splendida famiglia L’Oréal Paris. Le sue Ambasciatrici sono sempre state fonte di ispirazione, per la diversità nella bellezza e per la bellezza nelle diverse età della vita. Valori che questo brand ha sempre saputo trasmettere attraverso il carisma delle donne che ha scelto come testimonial. Per me è molto importante poter gridare al mondo «Come io mi voglio» per esprimere con determinazione l’identità e la libertà di essere quello che ognuna di noi vuole essere nella propria vita” dichiara  Miriam Leone.

“Miriam incarna tutte le qualità della donna contemporanea. È carismatica, talentuosa, ma anche intelligente, forte e determinata. Ha una femminilità moderna e libera e impersonifica perfettamente i valori contemporanei di L’Oréal Paris, da sempre al fianco di tutte le donne. La sua bellezza eterea e allo stesso tempo seducente, la sua personalità singolare unita alla profonda consapevolezza di se stessa fanno di lei una perfetta ambasciatrice per il nostro brand” ha detto Guillaume Perrin, Brand Director L’Oréal Paris.

Scatti di moda italiana

Bob Krieger Imagine
Palazzo Morando, Milano – Fino al 30 giugno 2019

La fotografia artistica di moda da sempre è impegnata a catturare la seduzione sprigionata da un capo di moda, spesso indossato da modelle affascinanti dal grande appeal. Non sono tantissimi a riuscire nell’intento di catturare l’anima di un abito e di chi lo indossa in un solo clic. In questo Bob Krieger riesce benissimo. E per testimoniare la sua produzione (vastissima) tra gli Anni Sessanta e Novanta del secolo scorso, Palazzo Morando ha organizzato un percorso espositivo che emoziona e sorprende per la quantità di volti e abiti capaci di raccontare il mondo fashion dell’epoca, che l’autore è riuscito a catturare, e a regalarci, grazie al suo personale approccio con la macchina fotografica e i protagonisti dei suoi scatti: “Il mio rapporto con gli stilisti non era di prevaricazione, ne ho sempre accudito il talento”, ha dichiarato.

Le fotografie in mostra, inoltre, testimoniano un momento storico importante per il sistema moda italiana: gli albori e il boom del Made in Italy nel mondo, culminato da un titolo pubblicato dal Vogue America nel 1976: Italians are coming!
“Sempre negli Anni Settanta abbiamo invaso gli stati Uniti e da quel momento siamo diventati numero uno nel mondo: Devo dire che mi sento anche un po’ parte di questa invasione, con Versace, Ferré e tutti gli altri perché nasciamo tutti insieme. L’apice del momento di gloria è giunto nel 1982 con la prima copertina del Time con un mio ritratto fotografico di Giorgio Armani. Era la prima volta che uno stilista italiano era sulla copertina di un settimanale così prestigioso ed è stata una consacrazione… come un Nobel, fantastico” ricorda Bob Krieger.

Il grande valore storico di questa mostra è sottolineato anche dal Sindaco di Milano Giuseppe Sala: “La capacità di Bob Krieger di cogliere l’anima della creazione e di raccordarla al contesto storico lo ha reso molto più di un fotografo di moda. Lui è un interprete del suo tempo. A Palazzo Morando riviviamo la nostra storia e la nostra identità in una straordinaria sequenza ravvicinata in grado di restituire le radici e i traguardi della grande moda milanese e italiana, ma anche del nostro costume, dei nostri stili di vita e della loro evoluzione”.

Foto: Valentino 1969  ©BobKrieger

L’Italia dei poster

Verso il Boom! 1950-1962
Illustri persuasioni. Capolavori pubblicitari dalla Collezione Salce
Museo Nazionale Collezione Salce, Treviso – Fino al 28 aprile 2019

Moglie del designer e architetto Franco, Jeanne Grignani è stata una cartellonista e figurinista di origine ucraina che negli Anni Cinquanta del secolo scorso lavorò per le più importanti aziende italiane (come Borsalino, Singer e Pirelli) per le quali realizzò i poster pubblicitari più originali dell’epoca. Questo è stato realizzato per una macchina per cucire della Necchi ed è solo uno degli coloratissimi manifesti che compongono un percorso espositivo che permette di comprendere lo sviluppo del linguaggio pubblicitario in un periodo storico preciso.

“Passata la guerra, un incontenibile entusiasmo progettuale si diffonde capillarmente lungo tutto lo stivale”, scrive la curatrice Marta Mazza. “E la pubblicità riflette e anticipa, sottolinea ed enfatizza questo sentimento, vivendo un momento di straordinaria effervescenza”. Un’epoca di grandi fermenti durante il quale i talenti del Bel Paese compiono i primi passi. “Nel generale innamoramento per l’America (da cui arrivano bevande, detersivi e agenzie pubblicitarie, minime avanguardie tangibili di quello che resta un sogno ancora lontano) spicca il caso tutto italiano di Armando Testa: ispirato da una grande cultura pittorica, si rivelerà a lungo capace di ineguagliati traguardi di sintesi e di efficacia comunicativa”. Indimenticabile la sua pubblicità della carne in scatola messa proprio su una grande mucca stilizzata.

Regione Lombardia e i piaceri del design

Il Salone del Mobile 2019 è l’occasione per Regione Lombardia di aprire i propri spazi con una serie interessanti eventi che promuovono il Design e i talenti emergenti.

La presentazione delle numerose iniziative in programma è avvenuta al Belvedere di Palazzo Lombardia che ospita fino al 14 aprile Lightrevolution. Il design che illumina la vita, realizzata da ADI, Associazione del Design Industriale, delegazione Lombardia. Lo stupefacente skyline offerto dal 39° piano ha fatto da sfondo alla selezione di prodotti e immagini provenienti dalle selezioni del premio Compasso d’Oro. Sarà facile perdersi nel percorso iconografico che scandisce la trasformazione dei costumi e della società proprio con l’evoluzione delle lampade e dei sistemi di illuminazione.

C’è un magnifico elemento della collezione In Ei disegnata da Issey Miyake + Reality Lab di Artemide che si fregia del Compasso d’Oro, una sorta di origami gigante che emana luce, esempio di innovazione tecnologica e forma unica che si piega su se stessa diventando piatta e sottile.

E poi c’è Eclisse di Artemide. Si legge nella motivazione che ha permesso a questa lampada da tavolo disegnata da Vico Magistretti di aggiudicarsi il Compasso d’Oro che “La Commissione stima che l’oggetto presentato abbia la doppia qualità di un alto valore progettistico-estetico e di una possibile diffusione di massa. Sottolinea che, con un semplice movimento a schermo rotante, gradua l’intensità dell’erogazione luminosa”.

La magia rivelata

Dopo numerose peripezie che lo hanno visto girovagare dal 1610 tra l’Italia e la Francia, per poi approdare definitivamente alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano dove oggi è conservato, dopo quattro anni di lavoro accurato e intenso è giunto al termine il restauro del Cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio. Una composizione immensa, magica, rivelata, che toglie il fiato. Anche se l’opera è nota come Scuola di Atene, il titolo corretto è La Filosofia è ha un grandissimo valore artistico e storico.
“Il cartone preparatoriio per la scuola di Atene rappresenta un unicum nella storia dell’arte. Non solo è l’unico cartone preparatorio rinascimentale di queste dimensioni, giunto pressoché integro fino ai giorni nostri, ma rappresenta il culmine del processo ideativo di Raffaello (Urbino 1483 – Roma 1520) per una delle opere simbolo del Rinascimento italiano: l’affresco della Scuola di Atene nella Stanza della Segnatura in Vaticano commissionati all’artista da Papa Giulio II”, dichiara in una nota Maurizio Michelozzi, che ha diretto e coordinato il restauro su progetto di allestimento di Stefano Boeri Architetti.

Fondazione Fiera Milano, partner ufficiale della Veneranda Biblioteca Ambrosiana per il biennio 2018-2019, contribuirà a sostenere le attività promozionali del Cartone di Raffaello, completamente restaurato, così come quelle di valorizzazione del patrimonio leonardesco dell’Istituzione, realizzate in occasione del V Centenario della morte del genio fiorentino.
L’intervento è stato interamente sostenuto dal contributo della società RaMo, per volontà del fondatore Giuseppe Rabolini.
Il Cartone è stato inserito in una nuova teca, realizzata dalla società Goppion, che si compone di un imponente lastra di vetro protettivo.
A completare l’allestimento, saranno presenti, inoltre, apparati didattici e informativi, che illustreranno la storia, la tecnica e il restauro di questo capolavoro ed elementi unici di arredo realizzati da Riva 1920 su progetto di Stefano Boeri Architetti.
Gli strumenti multimediali e interattivi, a supporto del visitatore, sono stati realizzati da OLO creative farm.

 

50 storie di donne coraggiose

Vincitrice del premio Nobel nel 1926, prima e unica donna italiana, Grazia Deledda (1871-1936) ha combattuto fin da giovane i pregiudizi maschilisti, e fu molto ostacolata a Nuoro dai vicini che criticavano il suo talento letterario già a 13 anni quando pubblicò il suo primo racconto. Ma lei aveva individuato il suo stile e continuò per la sua strada con una determinazione d’acciaio che la portò a diventare una delle scrittrici più stimate e apprezzate al mondo.
Anna Magnani (1908-1973), acclamata attrice vincitrice di un premio Oscar nel 1956, riuscì a diventare l’attrice più pagata d’Europa perché ottenne di essere remunerata come il suo partner nel film Roma città aperta.
Maria Montessori (1870-1952) dimostrò come le gioie della scienza e dell’insegnamento possono essere alla portata di una donna. Non solo, ma il suo rivoluzionario e originale metodo, che diede una speranza anche ai bambini più in difficoltà, resiste tuttora, con ventiduemila scuole in centodieci Paesi nel mondo che portano il suo nome.

Queste sono tre delle 50 lezioni di vita di donne raccolte nel libro illustrato Che cosa farebbe Frida Kahlo? edito da Sonzogno. Le autrici londinesi Elizabeth Foley e Beth Coates propongono gli insegnamenti tratti dalle vicissitudini di personalità femminili del passato, che hanno avuto il coraggio e la determinazione di costruire il proprio destino in epoche dominate da uomini. Esempi d’incoraggiamento che attingono anche dal mondo della scienza, dell’arte e della cultura, d’ispirazione per chi ha problemi di assertività, dubita delle proprie capacità o è vittima di mille insicurezze. L’attrice Mae West, per esempio, fu un sex symbol che non si piegò mai ai dettami estetici dell’epoca, mentre l’artista latinoamericana citata nel titolo del volume trasformò la propria sventura in arte: non rinunciò mai a curare il proprio aspetto e usò gli abiti per sentirsi più forte e affermare la propria identità. Senza dimenticare l’artista latinoamericana citata nel titolo del volume trasformò la propria sventura in arte. Non solo. Si fece promotrice di uno stile tutto suo: non rinunciò mai a curare il proprio aspetto e usò gli abiti per sentirsi più forte e affermare la propria identità.

Abiti e profumi, un nuovo binomio artistico

E’ possibile elevare all’ennesima potenza la forza seduttiva di un indumento? Sì, se al tessuto viene unita anche una fragranza. Nella realizzazione di questo obiettivo è riuscita Alessia Dettori, creatrice della linea di abbigliamento Made in Italy Tessuti Profumati.

“Moda e fragranze sono due mondi che vedo combinati. La mia sfida è quella di far vivere ogni mia creazione anche a occhi chiusi, con la fantasia che vola assaporandone con puro piacere le note olfattive che emana. Natualmente, anche la vista è appagata grazie a modelli fluidi e avvolgenti che catturano lo sguardo, realizzati con i tessuti di qualità che, con il semplice movimento, riattivano e rendono più potenti le essenze profumate ipoallergeniche di cui sono impregnati”, racconta la stilista nata e cresciuta all’Isola d’Elba. Il metodo di fissaggio delle note olfattive è brevettato, e fa sì che con il lavaggio l’aroma non si disperda e mantenga a lungo la sua intensità, perché rimane impresso nella memoria del filato.

Francesca Cerruti e l'arte della sinergia e della cooperazione tra uomo e donna

Il gender career gap, ovvero le pari opportunità di genere per fare carriera, negli ultimi anni trova nello Stato italiano un impegno concreto per valorizzare e favorire la partecipazione femminile, garantendo possibilità eque di accesso a posizioni di potere grazie alle cosiddette quote rosa, che superando non pochi ostacoli cominciano a dare piccoli risultati.

Diversa la situazione nel privato. Uno degli esempi più significativi è rappresentato dalla 34enne Francesca Cerruti, vice direttore generale di ab medica, società in forte crescita con sede a Cerro Maggiore in provincia di Milano, specializzata nella produzione e distribuzione di tecnologie medicali avanzate e sistemi di chirurgia robotica, dove oltre il 50% dei dipendenti è donna!

“Siamo una realtà che mira all’eccellenza e la cerchiamo nelle risorse, senza pensare a farne una questione di genere. Cerchiamo di collocare i dipendenti nelle posizioni in cui potranno esprimersi al meglio, dato che è poi il lavoro corale a condurci al traguardo. Seguendo, quindi, una logica di risultato, piuttosto che una filosofia, ab medica ha visto crescere anche in posizioni manageriali importanti una nutrita rappresentanza femminile. In occasione della recente Festa della donna, per esempio, abbiamo deciso di lanciare un messaggio di sinergia e cooperazione, in grado di superare le differenze ma che possa esaltare le reciproche diversità di genere, realizzando un piccolo omaggio per tutti i nostri dipendenti, donne e uomini” spiega Francesca Cerruti, diventata manager mettendo in campo un grande impegno, e stimolata da un uomo, suo padre Aldo, fondatore e amministratore unico di ab medica, che rappresenta per lei un modello di riferimento forte e importante.

“L’ho sempre visto, e lo vedo tutt’ora come l’incarnazione del motto “volere è potere”: ha conseguito mete ambiziose, senza mai lasciarsi frenare dagli ostacoli trovati lungo il percorso. E’ così che da agente alla Bosa Elettromedicali è diventato il Presidente di quella che oggi è l’azienda italiana leader nel settore delle tecnologie medicali. In 35 anni ho visto mio padre sempre deciso e intraprendente. Qualità che vorrei fare mie”.

Quando ha iniziato a “frequentare” l’azienda?
“Sono “letteralmente” di famiglia. Mio padre l’ha fondata nel 1984 e io sono nata l’anno successivo. Siamo cresciute insieme. Avevo poco più di 20 anni quando ho messo piede in azienda e da allora continuo a fare il pieno di esperienze”.

Donna e figlia del fondatore: quali sono state le difficoltà?
“La difficoltà maggiore era rappresentata da me stessa. Ho iniziato a lavorare che ero davvero giovane e inesperta. Volevo imparare e scalpitavo. Ma è stato proprio il tempo a insegnarmi che con la pazienza e la costanza avrei dimostrato le mie capacità. Non volevo essere “la figlia di…”, ma crescere facendomi conoscere per quella che sono. In tutto questo essere donna non ha rappresentato un limite, almeno in ab medica, dove l’importante non è tanto il genere quanto il contributo che ciascuno può e sa dare all’azienda. All’esterno il discorso cambia La medicina e la tecnologia, settori in cui operiamo, sono ancora appannaggio prevalentemente maschile, ma anche qui, con buona volontà e un pizzico di sfrontatezza, ho imparato a farmi valere. In sala operatoria, se dimostri di essere competente nell’affiancare il medico, il chirurgo apprezzerà il lavoro di clinico, al di là del tuo esser donna o uomo”.

Come ha iniziato?
“Non ho avuto corsie preferenziali, e ho iniziato con la classica gavetta. Ho praticamente vissuto in prima persona tutti i dipartimenti dell’azienda: dal magazzino all’ufficio contabilità, fino ad arrivare alla guida dell’ufficio marketing e comunicazione. Per me è stata un’impareggiabile palestra che mi ha permesso di comprendere la complessità di un’impresa che vive e si evolve quotidianamente. A questa partenza si è aggiunta poi la formazione, per ben cinque anni con presenza in sala operatoria, per affiancare l’attività dei chiurghi che si avvalgono delle nostre tecnologie medicali. Un passo dopo l’altro, insomma, mi sono trovata a occupare con orgoglio una posizione importante e di grande responsabilità”.

Ci parla della filosofia operativa di ab medica?
Si potrebbe dire “instancabile esplorazione”: il settore delle tecnologie, e in particolare quelle medicali, richiede continui aggiornamenti. Fin dalla fondazione, mio padre ha avuto ben chiara la necessità di essere in grado di re-inventare, cercare nuove soluzioni, scovare device innovativi, cogliere opportunità inedite. Durante questo percorso abbiamo avuto molte soddisfazioni: siamo stati i primi in Italia ad avere introdotto il catetere multilume. Si tratta di un primato cui ne sono seguiti molti altri, come l’aver creduto in Gasless, primo sistema che consente la chirurgia laparoscopica senza utilizzo di gas; abbiamo colto, in anticipo sui tempi, le potenzialità della chirurgia robotica da Vinci (mai vista in Italia prima che la distribuissimo nel 1999) e della radiochirurgia stereotassica con il CyberKnife. E se il mercato non offre nulla di avanguardistico? Lì subentra il nostro reparto R&D che negli anni ha progettato diversi device come il caschetto HelMate o il Cardioclinic. Abbiamo puntato molto anche sulla politica di acquisizioni, che ci ha consentito di abbracciare numerose altre realtà, in modo coerente con il desiderio di offrire la migliore qualità di vita e di cura al paziente. Insomma, accresciamo il nostro know-how con le competenze e le unicità delle aziende che fanno parte del nostro gruppo, da ATLC a Genomnia, passando per Medical Labs, Telbios, Officine Ortopediche Rizzoli, WinMedical”.

 

Nella foto, Francesca Cerruti con il padre Aldo Cerruti

Lo slancio verso il futuro su una tela

Giacomo Balla. Genio Futurista
Gallerie d’Italia, Sede Museale Intesa Sanpaolo, Milano – Fino al 12 maggio 2019

Il mito della velocità, del dinamismo sviluppati con i colori a olio della bandiera italiana su una tela di 257 cm x 381 cm. Trovarsi davanti a questa monumentale opera intitolata Il Genio Futurista, che fa parte della Collezione Biagiotti, significa avere l’opportunità vedere dal vivo un’opera che ha sancito la diffusione in tutta Europa di una corrente artistica e ideologica che ha aperto la strada alle avanguardie internazionali.
Esposto per la prima volta a Parigi nel 1925 all’Exposition des Arts décoratifs moderne, questo arazzo ha una composizione prismatica incentrata sulla figura di un uomo con la testa a stella, e viene considerato un omaggio a Tommaso Marinetti inventore del Futurismo, un nuovo concetto di arte, non più intesa come semplice rappresentazione, ma come azione concreta sul mondo, che nei temi affrontati si traduce in un inno alla modernità, al progresso ed incarna la visione ottimista e progressista di inizio secolo.
L’arazzo Il Genio Futurista è la rappresentazione precisa e riassuntiva di un processo geniale che porta l’artista alla coscienza dei rapporti dinamici dell’universo, a rappresentarli come forme e colori puri, avanguardia non solo di forme, ma anche e soprattutto di intuizioni intellettuali, di dimensioni che superano il visibile e danno corpo all’invisibile, come affermava lo stesso autore.

Le geometrie e i colori vivi de Il Genio Futuristaha generato grafismi sofisticati e artistici su tessuti pregiati che Laura Biagiotti ha proposto nella nuova collezione per la primavera estate 2019. In questa immagine Lavinia e Laura Biagiotti, mitica e indimenticata anima creatrice della griffe, davanti al prezioso arazzo.

Milano immaginata da un Genio

Leonardo & Warhol The Genius Experience
Cripta di San Sepolcro, Milano – Fino al 30 giugno 2019

Uno show multimediale particolarmente coinvolgente, e curato da Giuseppe Frangi, prende vita alla sala Sottofedericiana della Pinacoteca Ambrosiana. Le immagini che si rincorrono su soffitti, pareti e pavimento guida alla scoperta della Milano vissuta, disegnata e, soprattutto, immaginata da Leonardo da Vinci. A completare questa esperienza, in fondo al locale c’è The Last Supper di Andy Warhol, che rappresenta l’interpretazione del Cenacolo leonardesco del padre della Pop Art. Il percorso si conclude nella Cripta della Chiesa del San Sepolcro, luogo cui il genio italiano era molto legato e che in una mappa del Codex Atlanticus indicava come il vero centro del capoluogo lombardo.

L’arte della plissettatura italiana

Lunghe e a raggiera, frammentate, parallele o diagonali, con gli spigoli oppure arrotondate. Le pieghe del tessuto plissettato possono avere un’infinità di forme, e si ottengono seguendo procedure precise che richiedono competenze specifiche e anche senso artistico.

Conferire la plissettatura a una stoffa, infatti, è un procedimento molto laborioso: si fanno degli origami su due cartoncini e, dopo aver inciso il motivo con un taglierino, il tessuto va inserito tra questi due elementi. Il tutto è sottoposto a un bagno di vapore con temperatura che va dai 30 ai 100 gradi.

Maestri in quest’arte sono Marco Viviani e la moglie Roberta Bacci, le due anime della storica bottega Plissettatura Milady. Fondata nel 1964 nel centro storico di Firenze, questa realtà è l’eccellenza artigianale della moda italiana, che trasforma tessuti pregiati e pelli morbide in piccole sculture con procedute fatte a mano.

Capolavori dell’haute couture che la stilista Francesca Venuti ha trasformato nel tratto distintivo delle sue creazioni. “(mine de rien) è nata un anno fa con la filosofia del pezzo unico realizzato con tessuti diversi, che non avranno mai un doppio. E questa unicità riesco a ottenerla con il prezioso contributo di questi artigiani, che svolgono con passione il proprio mestiere. Non realizzo solo il classico soleil (le pieghe piccole e morbide che creano una sorta di ventaglio che dona ampiezza e movimento a bluse, gonne e abiti, ma avvalendomi del prezioso contributo di questi due artisti artigiani sviluppo anche righe e motivi geometrici in rilievo, che regalano tridimensionalità alle stoffe che scelgo”.

L’arte è un’avventura fantastica

Dalle grotte di Lescaux alle piramidi degli Egizi, passando per i templi Greci e Romani, fino ad arrivare a Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, agli Impressionisti. Scoprire e apprezzare l’arte diventa anche un divertimento con Artonauti, il nuovo album di figurine che svela gradualmente affreschi, dipinti, sculture che scandiscono lo sviluppo della materia più affascinante che ci sia.

Non ci sono soltanto le figurine, ma disseminati tra le 64 pagine della raccolta articolata in 28 illustrazioni e 65 opere d’arte, ci sono anche aneddoti, curiosità e 20 tra quiz e indovinelli più 2 pagine di giochi.

E poi c’è il gioco nel gioco: ogni bustina contiene 5 figurine e una Twin Card, una delle 25 coppie che, una volta accostate, danno forma a un’opera d’arte. Con queste i ragazzi possono divertirsi con il gioco della memoria, cercando di ricomporre le coppie dopo averle mescolate a tutte le altre.

L’idea e il progetto di Artonauti sono stati sviluppati da Daniela Re, insegnante, mediatrice culturale ed esperta in riabilitazione cognitiva, e Marco Tatarella, da molti anni alla guida di una casa editrice che si occupa di libri d’arte e architettura, di periodici di musica e di servizi editoriali.
Insieme hanno fondato Wizart, un’impresa sociale no profit, che con Artonauti ha vinto la quarta edizione del bando Innovazione Culturale di Fondazione Cariplo.

Artonauti è un neologismo: una sintesi tra le parole arte e astronauti, e per i due ideatori serve per identificare un viaggio avventuroso. Proprio come quelli fantastici degli argonauti, personaggi epici e leggendari.

Questo progetto si basa su tre principi fondamentali: l’arte può essere alla portata di tutti; il gioco analogico come quello di un album di figurine rappresenta lo strumento didattico più valido ed efficace per i bambini; infine arte e creatività svolgono un ruolo fondamentale per lo sviluppo evolutivo dei bambini.
Numerosi studi dimostrano, infatti, che questa disciplina contribuisce a sviluppare le capacità espressive, il ragionamento logico, matematico e linguistico. Leggendo i più importanti esperti nel campo evolutivo si scopre l’importanza di avvicinare i bambini alle opere artistiche fin dalla più tenera età. Maria Montessori pensava che la cultura fosse assorbita dal bambino attraverso esperienze individuali in un ambiente ricco di occasioni, di scoperta e di lavoro. Bruno Munari sosteneva che invece di lunghe spiegazioni è preferibile far vedere come si fa attraverso “azioni-gioco”, perché con il gioco il bambino partecipa attivamente, al contrario se ascolta si distrae. Loris Malaguzzi, ideatore del metodo Reggio Emilia, elaborò la teoria secondo la quale l’apprendimento è un processo “auto-costruttivo”, cioè il frutto dell’attività dei bambini stessi.

Antonello da Messina al Poldi Pezzoli

Prima di immergersi nelle sale del Palazzo Reale e perdersi ad ammirare le 19 opere di Antonello da Messina nella mostra a lui dedicata (fino al 2 giugno 2019), suggerisco di andare prima al Museo Poldi Pezzoli. Qui, nel Salore dorato c’è la Vergine Leggente, donata da Luciana Forti, figlia dell’imprenditore mecenate Mino.

Non è solo un viso, un velo bianco che allude al matrimonio, un libro di preghiere, due angeli che reggono una corona di pietre preziose tempestate di perle, di pietre preziose e gigli. Osservarla diventa un’esperienza interattiva. La Vergine stava leggendo, qualcosa ha interrotto la lettura, solleva parzialmente lo sguardo, ma non ci guarda. E questo è molto intrigante: costringe a guardarla. Diventa così un’esperienza preziosa e affascinante, attimi brevi ma lunghissimi, che permette di avvicinarsi, di prendere dimestichezza, con la bellezza creata da uno dei più misteriosi, enigmatici e abili pittori di tutti i tempi. Milano

Fendi e il tocco di Karl

La sfilata Fendi per l’autunno inverno 2019/20 a Milano si è conclusa con un emozionante video in omaggio a Karl Lagerfeld, recentemente scomparso, che è stato direttore creativo della maison italiana dal 1965. Osservando i capi della collezione, l’impronta del designer è forte e viva: dalla costruzione dei capi spalla alle gonne plissettate leggere e voluttuose, ai colli delle camicie inamidati e perfetti.

Scritto da: Francesca Marotta
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Military inspired jackets, tailored coats reworked in a contemporary key, seductive dresses designed on the figure, so black but also bright colors from turquoise to cyclamen, to lilac. And then the sandals with flames and amphibians with accessories. There are also roses. Everywhere, drawn, embroidered or embossed.

For the autumn winter 2019/20 Prada has designed a collection that combines strength and sweetness, practicality and romance. Designed in a clean and, as usual, strong impact.

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